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i wanna be the minority

SOCIETA'
3 giugno 2012
L'immigrata sono io. A Berlino.

Credo che come data iniziale del mio viaggio posso designare quella di oggi. Oggi ho fatto il check-in per il volo di andata di Berlino. Tra un mese esatto partirò, anzi scapperò. Non da una persona in particolare, o forse all’inizio era anche quello. Poi la situazione è cambiata e direi che mi sento di scappare dal mio stato di apatia e di afelicità. Non sono una di quelle persone perennemente depresse che caricano stati su facebook ogni due minuti degni di una canzone di Tiziano Ferro e speranzosi che l’amichetto virtuale commenti. No, direi che non sono affatto una persona del genere. Ed è per questo motivo che piuttosto di piangermi addosso voglio darmi una scossa. E non voglio aspettare che siano gli altri a darmela. Quindi oggi è iniziato il mio viaggio. Oggi ho preso coscienza che andrò sul serio via. Nell’eccitazione generale, principalmente solo la mia personale, perché gli altri temono che mi succedano disgrazie che in patria non mi possono succedere, ho gli esami da fare. Obbligo che mi sono imposta a me stessa per poter spendere tutti i miei risparmi questa estate. Che ci faccio qui a scrivere su un blog invece di sgobbare sui libri? Ecco, è quello che mi sto chiedendo anche io. Ma evito di darmi una risposta. Perché rispondere ad una domanda che sai che ti farà sentire nel torto?

Ebbene. Sarà il mio primo viaggio da sola. Non so il tedesco, so a mala pena l’inglese, se voglio, però, ho un italiano forbito. O ce l’avevo, visto che mi sto impoverendo studiando per gli esami. Sì, sono di quelle che è dell’idea che se uno studiasse dei libri a piacimento per gli esami del corso di laurea sicuramente sarebbe più colto. Invece tutti hanno lo stesso manuale, mattoni di mille pagine se ti va bene per un esame che dura al massimo 15 minuti e il tempo di una firma.
Ritornando al viaggio: non so le lingue. Ma so fingere di saperle molto bene. Quindi fingerò, sperando di rimanere nella mia ignoranza in incognito. Posso sempre fingermi sorda. O muta. O analfabeta, con la crisi che c’è in Italia hanno tagliato l’istruzione, anche in modo retroattivo. In qualche modo sicuramente me la cavo. Alla fine quando gli italiani partivano con la valigia di cartone dubito che fossero tutti madrelingua inglese, francese, tedesca o spagnola. Eppure ce l’hanno fatta a sopravvivere, non dico tutti tutti, ma alcuni sì. Sarò tra quelli? Al massimo posso sempre comprare una valigia di cartone per essere sicura che la salma torni in patria.
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POLITICA
12 maggio 2012
Questo giornale esce in pubblicazione coatta. Solidarietà per Il Manifesto.

Un articolo per denunciare; due storie di giornali che resistono, nonostante tutto.

Massima solidarietà.

http://www.sconfinare.net/?p=10024

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SOCIETA'
20 aprile 2012
Il primo bacio non si scorda mai. Grazie al c****: vomitai.

 

La prima volta che un ragazzetto mi chiese di mettermi insieme a lui fu quando frequentavo la seconda media. Me lo ricordo benissimo, non tanto perché conservi un'immagine idilliaca di quel momento, bensì per la mia vergognosa reazione: VOMITAI. La scena fu: ragazzetto che mi piaceva si avvicina, io divento rossa come il sangue delle mestruazioni che avevo da poco conosciuto, mi chiede di parlarmi in privato, io sempre più paonazza, pronuncia la fatidica domanda: “Ti vuoi mettere con me?”. Allora non ero sfacciata, ero molto innocente e timida, e anche un po’ figa di legno. Così la mia risposta fu: “Ci devo pensare”. Che poi a cosa dovessi pensare, lo devo ancora capire. Il vero problema fu che quando tornammo in classe, vomitai l’anima davanti a tutti, compreso lui, sul mio zaino. La settimana successiva, forse per la vergogna o più probabilmente, diagnosi successiva, per il panico da relazione, mi venne la febbre. Il ragazzetto in questione nel mentre aspettava ancora una risposta, che si venne a prendere direttamente a casa mia. Devo ancora capire con quale faccia tosta, ma soprattutto con quale stomaco, visto che aspirava a baciare la stessa bocca da cui erano usciti i pasti di tutto il mese precedente alla fatale richiesta. Ebbene si presentò a casa e ci mettemmo insieme. Relazione breve, ovviamente. E aggiungerei per fortuna, perché per tutte le due settimane che durò, io ogni notte puntualmente alle due di notte mi svegliavo per abbracciare la tazza del water. Forse baciava talmente male, che il solo pensiero di doverlo rifare mi faceva star male. La tesi poteva essere attendibile. Il nostro primo bacio fu un tripudio di stupidità, impaccio e schifezza. Ma chi lo dice che tutti aspettano il primo bacio? Io giuro che avrei fatto volentieri a meno. Per prima cosa mi chiese se doveva venire lui o io. Per fortuna non c’erano doppi sensi a sfondo sessuale, era inteso chi si dovesse avvicinare per primo. Io ero impietrita dall’imbarazzo, così si avvicinò lui e sentii una cosa molle che perlustrava la mia bocca, i miei denti coperti da piastrine argentate (avevo messo l’apparecchio il giorno prima), il mio palato e sfiorava la mia lingua. Non è un romanzetto porno, è un film horror. Quando si staccò mi sentii sollevata e diedi l’impressione completamente sbagliata di sorridere per l’atto appena compiuto, tanto che ricominciò. Schifata come prima, agonizzavo. Certo che baciasse male era un fatto, ma non potevo attribuire la mia quasi bulimia notturna a quello. Sul momento non mi diedi spiegazioni, ci lasciammo e dopo poche settimane mi misi con un altro. Era uno che ritenevo esperto: si era fatto (ero ancora innocente: fatto = baciato) tutte le altre titolari della mia squadra di pallavolo e mancavo io. Gli diedi la possibilità di completare l’album. Non baciava male, eppure io continuavo a perdere chili durante la notte in modo non sano. Purtroppo no, non parlo di sesso acrobatico e selvaggio. Parlo di vomito. Avevo sempre avuto un’avversione mentale verso qualunque tipo di relazione di coppia, era lo specchio fisico di questa mia avversione.  
Continua…
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SOCIETA'
31 marzo 2012
Quando il bello delle donne è una crema anticellulite

Gorizia. Inaugurazione di un nuovo negozio in centro. Mi avvicino colma di curiosità. Causa folla la prima cosa che leggo è l'insegna: Il bello delle donne. Carica di aspettative, sgomito tra la gente e arrivo all'ambita vetrina: profumi, trucchi e creme per il corpo, rivestite da quintali di tulle arricciato che sembrava essere il negozio della lelly kelly. Forse dovevano chiamarlo più appropriatamente ciò che potrebbe, forse, se usati bene e se avvantaggiate da una buona dotazione iniziale, rendere un po' più bella una donna. Ma perchè poi c'è questo luogo comune che appena una donna vede uno stick di ceretta da scaldare o una maschera puzzolente da spiaccicare sui capelli per due ore si eccita? Sfatiamo il mito: nessuna si emoziona sul serio al pensiero di perdere un'ora di tempo ad incollarsi le mani al riscaldatore per la cera all'unico scopo di provocarsi del dolore. Nessuna gioisce all'idea di immergere la propria chioma in uno schifo viscido e tenerlo sulla testa bello compatto per durata interminabile, mentre cerca di impiegare il tempo a lavare il pavimento della cucina e più lava e più il viscido goccia sul pavimento appena pulito. Nessuna poi si emoziona a dover fare la caccia al tesoro per cercare di capire cosa venda quel negozio, perchè è tutto ovattato da una nuvola voluminosa di tulle rosa. Il rosa non ci piace. Non ci piacciono le magliette rosa, non vogliamo distinguere le bambine dai bambini vestendole di rosa, non vogliamo stoviglie rosa, nè il corredo rosa, nè hello kitty rosa e tantomeno le quote rosa. Da piccola odiavo la maestra d'asilo che mi imponeva di scrivere al margine del foglio il mio nome in rosa. Sono una bambina, si vede e il mio nome finisce per A, non ti basta come discriminante? Poi perchè il rosa? Non è neanche colore primario. Se bisognasse proprio rappresentare e distinguere uomo e donna, ma soprattutto donna, per avere un pizzico di femminilismo (perchè maschilismo deriva da maschile e femminismo è solo chiedere parità), si dovrebbe adottare un colore primario, per rappresentare l'origine. Al di là di vagheggi sulla cromia, torniamo all'argomento principale: ciò che dai più viene ritenuto il bello delle donne. Se è il trucco il bello di una donna, allora maschi, unitevi e limonatevi un mascara! Inoltre, cosa agghiacciante, in vetrina in prima fila una bella gamma di prodotti anticellulite. Ma nooo! Non abbiamo capito proprio nulla! Perchè dobbiamo sempre mettere in risalto e fustigarci con i nostri piccoli difettucci? Si, abbiamo la cellulite, ma non per questo siamo obbligate a sbandierare le nostre cremine magiche ai passanti del corso. Tutte sappiamo che dobbiamo fare i conti con i nostri cuscinetti. Ma non serve piazzarlo in vetrina, sotto la nostra cara insegna. Che poi magari quando facciamo la passeggiata la domenica pomeriggio con il nostro morosetto di turno, conquistato con fatica, dobbiamo imbarazzarci passando là davanti e pensare che forse è meglio che anche oggi lo faccio andare in bianco perchè mi sono dimenticata la mia dose di crema la mattina.

 

politica interna
16 marzo 2011
Cara Italia, i miei complimenti!

 

Cara Italia,
mi sento un po’ meschina a ricordarmi di te solo nel giorno del tuo 150° anniversario; sembro una di quelle false amiche che si fanno sentire solo per le feste, per non fare brutta figura. Per non parlare, poi, dell’ipocrisia di istituire una nuova festa nazionale dopo 150 anni in cui nessuno ha pensato di farlo e su cui improvvisamente tutti convergono e si battono, perché è un valore fondamentale dormire un’ora in più la mattina del 17 marzo.
Sì, è brutale dirlo, ma il popolo italiano è un tuo falso amico. Altrimenti non ti avrebbe fatto fare tutte quelle figuracce a livello internazionale, con i tuoi pari. E parla alle tue spalle, critica, senza considerare che se sei come sei è solo colpa nostra, di noi popolo (concetto inusuale e quasi parolaccia). Molti attingono ciò che possono, sfruttano il tuo territorio, si prendono la conoscenza necessaria e scappano per spiarla ai paesi stranieri che hanno più possibilità economiche, una sorta di prostituzione mentale, necessaria per far carriera. È fuga di cervelli, questa, non arrampicata sociale. E pensare che prima eri meta di viaggi culturali nelle città d’arte che adesso cadono a pezzi, e non di certo perché furono costruite senza rigore a loro tempo. Il problema è che forti del nostro, anzi del tuo, passato non ci curiamo del presente: eravamo una potenza intellettuale qualche secolo fa, perché ci dovremmo sforzare ancora?
Ci continuiamo a vantare delle tue doti culinarie, della tua capacità sartoriale, del tuo terreno fertile, delle tue curve al posto giusto, come se fossi una brava moglie casalinga che di più non può offrire e per il tuo compleanno ci ricordiamo di farti gli auguri, qualche fiore, una festa e poi ritorni ad essere guardata ed ammirata, senza in realtà essere presa seriamente in considerazione.
Mi dispiace davvero, e lo dico da profana, da falsa amica quale sono io, come tanti.
Vorrei augurarti buon compleanno, darti una pacca sulla spalla e sperare di accendere le candeline anche l’anno prossimo insieme a te, ma preferisco farti i miei migliori complimenti, perché nonostante tutto hai resistito, sei rimasta unita, nonostante le guerre, le forze secessioniste e gli imbecilli qualunque, ce l’hai fatta. Ed è davvero da ammirare.
 
Ti voglio bene, cara Italia, cerca di non abbandonarci.
 
A.
politica interna
24 febbraio 2011
Un governo di donne è come una segretaria di bella presenza

 

Un governo per metà formato da donne è un punto programmatico a cui aspira Bersani.
Urla di femministe vecchie e nuove, finalmente il machismo di Berlusconi avrà pane per i suoi denti, evviva la dignità del sesso debole è stata riacquistata. Inneggiamenti a caldo, troppo caldo, bollente.
Certo, delle donne al governo che abbiano in mano le redini dell’economia, della difesa o del tesoro non sarebbe male, visto che la rivoluzione sessuale è passata da un pezzo e di donne al potere ce n’è sempre meno che all’uscita della scuola elementare. Ma, care donne piddine, dire metà governo di donne è come dire cercasi segretaria di bella presenza. L’unico scopo, per adesso, è quello di ridare una certa dignità all’Italia nel modo più semplice, facendo propaganda di una forzata parità dei sessi a livello istituzionale. Un po’ come si fa, appunto, con la segretaria di bella presenza: tutta questione di immagine. Non ha richiesto particolari attitudini per nessun tipo di mansione, non si è soffermato sui nomi,né sui ruoli da attribuire a tali nomi. Ha detto metà governo formato da donne. Non è femminismo o simpatia per tale ex movimento.
Non è importante di che sesso siano i ministri italiani, è importante che sappiano governare e migliorare la situazione economica, lavorativa e sociale del Paese. Che sia una donna Ministro degli Interni, ma poi lasci sfruttare gli immigrati, non perché sia una donna posso scontarle la mia indignazione.
La speranza è che le donne ci arrivino per capacità e conoscenze ad occupare la metà delle sedie di Palazzo Chigi, non certo per una parità di facciata.
SOCIETA'
3 gennaio 2011
E' inutile fare buoni propositi quando fuori c'è il sole

Ogni anno all'avvento del nuovo e alla conclusione di quello in corso, milioni di persone stilano una lista di buoni propositi per migliorare la propria vita nell'anno venturo. La maggior parte di questi irrimediabilmente decade e il giorno dopo viene cancellato dai postumi dolorosi e nauseanti della sbornia del giorno prima. Ricordi offusscati di una serata preparata da mesi per essere dimenticata con sorsi abbondanti d'alcool. Quei 10 fatidici propositi inventati sul momento per dare una risposta alla solita domanda si confondono e svaniscono lentamente nell'oblio.

Così la signora anzianotta che vuole sembrare una ventenne arzilla lascia da parte i vestitini attillati e si lascia andare all'obesità e invece di perdere quei chili che aveva promesso, più all'interlocutore che a sè stessa, rimangono stabili sull'addome attirandone altri.

Il giovane nellafacente gongolerà senza meta e senza obiettivi con la scusa che c'è crisi, intendendo la sua personale crisi esistenziale causata da un deficit di volontà.

La ragazza che ha deciso di smettere di avere la vita sentimentale simile al Parlamento italiano dove ci sono i soliti protagonisti da anni e quando finalmente si intravede un ricambio generazionale questo dura meno del tempo di ricordarsi il nome che è già stato espugnato. E lo decide proprio rispondendo al telefono al suo ex storico mentre gli racconta la storia del tipo che si è limonata la sera prima per sbaglio.

Poi c'è l'alcoolizzato che in un momento di lucidità guardando lo spumande decide di brindare alla sua futura sobrietà.

Mentre tutti gioiscono al nuovo anno, i buoni propositi si stagliano in cielo bellissimi come fuochi artificiali: tutti si sorprendono della loro luminosità, poi passato il momento di stupore in cielo torna buio e tutti si sono già dimenticati come fossero, in attesa di un nuovo anno per rivederli.

Buon Anno!

politica estera
13 agosto 2010
Immigrazione europea: tutta colpa del trattato di Shengen.

Solo causa del Trattato di Shengen: tutti i cittadini di un qualunque stato membro dell’Unione Europea possono circolare liberamente negli altri paesi europei. Abbattute le dogane, ognuno è libero di attraversare impunito il confine.

Gli italiani in Spagna, i francesi in Germania, i greci in Inghilterra. E poi i rumeni ovunque.

Si apre il divario, aumenta la xenofofia e si da adito al razzismo. Situazioni uguali trattate in modo diverso. Non è ragionevole differenziazione, è aperta discriminazione.
La fuga di cervelli è tale solo se gli emigranti fanno parte di uno stato storicamente europeo, altrimenti è furto di lavoro.
Ciò accade per diverse ragioni.
Prima di tutto i titoli scolastici conseguiti in determinati paesi non sono riconosciuti da altri stati. Così coloro che in patria potevano aspirare ad occupazioni ben qualificate, all’estero sono costretti ad imparare daccapo altri lavori, rubando effettivamente il lavoro a coloro che avevano conseguito una formazione apposita. Ma sarà colpa dell’individuo che si deve arrangiare oppure delle difficoltà di inserimento insite nell’amministrazione?
È esclusa, infatti, la fuga di cervelli, poiché chi prende l’ardua decisione di emigrare è solitamente già inserito nel mondo del lavoro e ha preso coscienza che la particolare situazione occupazionale del proprio Paese non ha un gran futuro florido. Evidentemente, quindi, l’ipotetico immigrato ha già concluso il proprio ciclo di studi e non si trasferisce all’unico scopo di approfondire la propria istruzione o per fare ricerca, ma per offrire una prestazione lavorativa che potrebbe giovare all’intera economia dello Stato che lo accoglierà.
Ma perché non considerare cervello anche colui che non proviene dalla Spagna, dall’Italia, dall’Inghilterra o dalla Germania? Perché considerarlo solo forza lavoro?
Il medico, l’avvocato, l’ingegnere e l’architetto di nazionalità anticamente europee non trovano difficoltà ad essere stimati anche all’estero, trovando un impiego coerente ai propri studi.
Nello stesso Paese in cui questi professionisti lavorano grazie al titolo conseguito, in un qualunque cantiere o in una qualunque fabbrica lavorano come operai alcuni loro colleghi.
L’unica differenza è il luogo di nascita: Bucarest, Sofia, Varsavia.
Uguale libertà di circolazione intereuropea, diversità di permanenza nazionale.
politica interna
2 agosto 2010
Chi rode va a ronde. Militarismo chiamato volontariato.

Siamo sul piede di guerra. Arrivano le ronde a Trieste. Un bel coraggio chiamarle così, potrebbe essere dichiarato lo stato d’assedio, il colpo di stato. Linguaggio militare utilizzato da parlamentari regolarmente eletti. Probabilmente non sono stati informati che l’esercito e la politica non devono essere uniti.

Un servizio di vigilanza svolto da civili, anzi da politici. C’è qualcosa che non va. I deputati vengono votati appositamente per redigere le leggi che favoriscano l’ordine pubblico. Leggi scritte frutto dell’intelletto, non ronde, valvole di sfogo di estremisti. Non è compito dei parlamentari far rispettare le stesse norme che essi sono tenuti ad approvare. È compito delle forze dell’ordine, con dei limiti e delle regole anch’esse scritte. Non esistono spedizioni punitive marchiate Forza Nuova, Fiamma Tricolore o Lega Nord nella nostra Costituzione.

Si nascondono dietro facile propaganda: liberiamo il centro dalle lucciole. Eufemismo giornalistico per tradurre quelle che correntemente nei delicati comizi vengono chiamate puttane. Come se fossero loro il problema e non chi finanzia questo giro.

E poi l’ipocrisia imperante: non sulle strade ragazze, direttamente ai festini dei politici. Così magari non sarete più mignotte, ma escort. Un bel salto di qualità.

14 luglio 2010
La morte della verità: Giancarlo Siani 23 settembre 1985

La forza della verità. E la forza.

Parallele e contrapposte, ma flessibili. A volte troppo flessibili e si scontrano. La forza della verità soccombe.

Nelle favole è l’inverso: i buoni vincono. Nella realtà questa è solo un’ingenua illusione.

La coerenza viene punita, i valori vengono infangati in un’unica melma massificata. Non c’è spazio per le parole vere, ciò che si può dire è solo quello che è già stato detto. Nulla di nuovo.

Regna un clima di accondiscendenza e rassegnazione. Tutto è taciuto, tutto è uniformato.

E poi regna la paura.

La paura di scrivere qualcosa di più. La paura di morire martiri della verità, come altri.

L’indignazione non emerge. È il terrore a prendere il sopravvento. Chiude la gola e il cervello. Nessun pensiero personale, nessuna voglia di parlare. La mano preferisce accarezzare la causa sbagliata, invece di scrivere parole taglienti che squarcino candidamente l’epicentro dell’ingiustizia.

Arrendevolezza. Nessuna determinazione, nessuna insistenza.

Spuntano milioni di giornalisti impiegati e vengono sotterrati i giornalisti giornalisti.

Questa non è la favola, è la vita. Anzi, la morte.

 

Giancarlo Siani

23 settembre 1985

 

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