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liberapensante
i wanna be the minority

politica interna
16 marzo 2011
Cara Italia, i miei complimenti!

 

Cara Italia,
mi sento un po’ meschina a ricordarmi di te solo nel giorno del tuo 150° anniversario; sembro una di quelle false amiche che si fanno sentire solo per le feste, per non fare brutta figura. Per non parlare, poi, dell’ipocrisia di istituire una nuova festa nazionale dopo 150 anni in cui nessuno ha pensato di farlo e su cui improvvisamente tutti convergono e si battono, perché è un valore fondamentale dormire un’ora in più la mattina del 17 marzo.
Sì, è brutale dirlo, ma il popolo italiano è un tuo falso amico. Altrimenti non ti avrebbe fatto fare tutte quelle figuracce a livello internazionale, con i tuoi pari. E parla alle tue spalle, critica, senza considerare che se sei come sei è solo colpa nostra, di noi popolo (concetto inusuale e quasi parolaccia). Molti attingono ciò che possono, sfruttano il tuo territorio, si prendono la conoscenza necessaria e scappano per spiarla ai paesi stranieri che hanno più possibilità economiche, una sorta di prostituzione mentale, necessaria per far carriera. È fuga di cervelli, questa, non arrampicata sociale. E pensare che prima eri meta di viaggi culturali nelle città d’arte che adesso cadono a pezzi, e non di certo perché furono costruite senza rigore a loro tempo. Il problema è che forti del nostro, anzi del tuo, passato non ci curiamo del presente: eravamo una potenza intellettuale qualche secolo fa, perché ci dovremmo sforzare ancora?
Ci continuiamo a vantare delle tue doti culinarie, della tua capacità sartoriale, del tuo terreno fertile, delle tue curve al posto giusto, come se fossi una brava moglie casalinga che di più non può offrire e per il tuo compleanno ci ricordiamo di farti gli auguri, qualche fiore, una festa e poi ritorni ad essere guardata ed ammirata, senza in realtà essere presa seriamente in considerazione.
Mi dispiace davvero, e lo dico da profana, da falsa amica quale sono io, come tanti.
Vorrei augurarti buon compleanno, darti una pacca sulla spalla e sperare di accendere le candeline anche l’anno prossimo insieme a te, ma preferisco farti i miei migliori complimenti, perché nonostante tutto hai resistito, sei rimasta unita, nonostante le guerre, le forze secessioniste e gli imbecilli qualunque, ce l’hai fatta. Ed è davvero da ammirare.
 
Ti voglio bene, cara Italia, cerca di non abbandonarci.
 
A.
politica interna
24 febbraio 2011
Un governo di donne è come una segretaria di bella presenza

 

Un governo per metà formato da donne è un punto programmatico a cui aspira Bersani.
Urla di femministe vecchie e nuove, finalmente il machismo di Berlusconi avrà pane per i suoi denti, evviva la dignità del sesso debole è stata riacquistata. Inneggiamenti a caldo, troppo caldo, bollente.
Certo, delle donne al governo che abbiano in mano le redini dell’economia, della difesa o del tesoro non sarebbe male, visto che la rivoluzione sessuale è passata da un pezzo e di donne al potere ce n’è sempre meno che all’uscita della scuola elementare. Ma, care donne piddine, dire metà governo di donne è come dire cercasi segretaria di bella presenza. L’unico scopo, per adesso, è quello di ridare una certa dignità all’Italia nel modo più semplice, facendo propaganda di una forzata parità dei sessi a livello istituzionale. Un po’ come si fa, appunto, con la segretaria di bella presenza: tutta questione di immagine. Non ha richiesto particolari attitudini per nessun tipo di mansione, non si è soffermato sui nomi,né sui ruoli da attribuire a tali nomi. Ha detto metà governo formato da donne. Non è femminismo o simpatia per tale ex movimento.
Non è importante di che sesso siano i ministri italiani, è importante che sappiano governare e migliorare la situazione economica, lavorativa e sociale del Paese. Che sia una donna Ministro degli Interni, ma poi lasci sfruttare gli immigrati, non perché sia una donna posso scontarle la mia indignazione.
La speranza è che le donne ci arrivino per capacità e conoscenze ad occupare la metà delle sedie di Palazzo Chigi, non certo per una parità di facciata.
SOCIETA'
3 gennaio 2011
E' inutile fare buoni propositi quando fuori c'è il sole

Ogni anno all'avvento del nuovo e alla conclusione di quello in corso, milioni di persone stilano una lista di buoni propositi per migliorare la propria vita nell'anno venturo. La maggior parte di questi irrimediabilmente decade e il giorno dopo viene cancellato dai postumi dolorosi e nauseanti della sbornia del giorno prima. Ricordi offusscati di una serata preparata da mesi per essere dimenticata con sorsi abbondanti d'alcool. Quei 10 fatidici propositi inventati sul momento per dare una risposta alla solita domanda si confondono e svaniscono lentamente nell'oblio.

Così la signora anzianotta che vuole sembrare una ventenne arzilla lascia da parte i vestitini attillati e si lascia andare all'obesità e invece di perdere quei chili che aveva promesso, più all'interlocutore che a sè stessa, rimangono stabili sull'addome attirandone altri.

Il giovane nellafacente gongolerà senza meta e senza obiettivi con la scusa che c'è crisi, intendendo la sua personale crisi esistenziale causata da un deficit di volontà.

La ragazza che ha deciso di smettere di avere la vita sentimentale simile al Parlamento italiano dove ci sono i soliti protagonisti da anni e quando finalmente si intravede un ricambio generazionale questo dura meno del tempo di ricordarsi il nome che è già stato espugnato. E lo decide proprio rispondendo al telefono al suo ex storico mentre gli racconta la storia del tipo che si è limonata la sera prima per sbaglio.

Poi c'è l'alcoolizzato che in un momento di lucidità guardando lo spumande decide di brindare alla sua futura sobrietà.

Mentre tutti gioiscono al nuovo anno, i buoni propositi si stagliano in cielo bellissimi come fuochi artificiali: tutti si sorprendono della loro luminosità, poi passato il momento di stupore in cielo torna buio e tutti si sono già dimenticati come fossero, in attesa di un nuovo anno per rivederli.

Buon Anno!

politica estera
13 agosto 2010
Immigrazione europea: tutta colpa del trattato di Shengen.

Solo causa del Trattato di Shengen: tutti i cittadini di un qualunque stato membro dell’Unione Europea possono circolare liberamente negli altri paesi europei. Abbattute le dogane, ognuno è libero di attraversare impunito il confine.

Gli italiani in Spagna, i francesi in Germania, i greci in Inghilterra. E poi i rumeni ovunque.

Si apre il divario, aumenta la xenofofia e si da adito al razzismo. Situazioni uguali trattate in modo diverso. Non è ragionevole differenziazione, è aperta discriminazione.
La fuga di cervelli è tale solo se gli emigranti fanno parte di uno stato storicamente europeo, altrimenti è furto di lavoro.
Ciò accade per diverse ragioni.
Prima di tutto i titoli scolastici conseguiti in determinati paesi non sono riconosciuti da altri stati. Così coloro che in patria potevano aspirare ad occupazioni ben qualificate, all’estero sono costretti ad imparare daccapo altri lavori, rubando effettivamente il lavoro a coloro che avevano conseguito una formazione apposita. Ma sarà colpa dell’individuo che si deve arrangiare oppure delle difficoltà di inserimento insite nell’amministrazione?
È esclusa, infatti, la fuga di cervelli, poiché chi prende l’ardua decisione di emigrare è solitamente già inserito nel mondo del lavoro e ha preso coscienza che la particolare situazione occupazionale del proprio Paese non ha un gran futuro florido. Evidentemente, quindi, l’ipotetico immigrato ha già concluso il proprio ciclo di studi e non si trasferisce all’unico scopo di approfondire la propria istruzione o per fare ricerca, ma per offrire una prestazione lavorativa che potrebbe giovare all’intera economia dello Stato che lo accoglierà.
Ma perché non considerare cervello anche colui che non proviene dalla Spagna, dall’Italia, dall’Inghilterra o dalla Germania? Perché considerarlo solo forza lavoro?
Il medico, l’avvocato, l’ingegnere e l’architetto di nazionalità anticamente europee non trovano difficoltà ad essere stimati anche all’estero, trovando un impiego coerente ai propri studi.
Nello stesso Paese in cui questi professionisti lavorano grazie al titolo conseguito, in un qualunque cantiere o in una qualunque fabbrica lavorano come operai alcuni loro colleghi.
L’unica differenza è il luogo di nascita: Bucarest, Sofia, Varsavia.
Uguale libertà di circolazione intereuropea, diversità di permanenza nazionale.
politica interna
2 agosto 2010
Chi rode va a ronde. Militarismo chiamato volontariato.

Siamo sul piede di guerra. Arrivano le ronde a Trieste. Un bel coraggio chiamarle così, potrebbe essere dichiarato lo stato d’assedio, il colpo di stato. Linguaggio militare utilizzato da parlamentari regolarmente eletti. Probabilmente non sono stati informati che l’esercito e la politica non devono essere uniti.

Un servizio di vigilanza svolto da civili, anzi da politici. C’è qualcosa che non va. I deputati vengono votati appositamente per redigere le leggi che favoriscano l’ordine pubblico. Leggi scritte frutto dell’intelletto, non ronde, valvole di sfogo di estremisti. Non è compito dei parlamentari far rispettare le stesse norme che essi sono tenuti ad approvare. È compito delle forze dell’ordine, con dei limiti e delle regole anch’esse scritte. Non esistono spedizioni punitive marchiate Forza Nuova, Fiamma Tricolore o Lega Nord nella nostra Costituzione.

Si nascondono dietro facile propaganda: liberiamo il centro dalle lucciole. Eufemismo giornalistico per tradurre quelle che correntemente nei delicati comizi vengono chiamate puttane. Come se fossero loro il problema e non chi finanzia questo giro.

E poi l’ipocrisia imperante: non sulle strade ragazze, direttamente ai festini dei politici. Così magari non sarete più mignotte, ma escort. Un bel salto di qualità.

14 luglio 2010
La morte della verità: Giancarlo Siani 23 settembre 1985

La forza della verità. E la forza.

Parallele e contrapposte, ma flessibili. A volte troppo flessibili e si scontrano. La forza della verità soccombe.

Nelle favole è l’inverso: i buoni vincono. Nella realtà questa è solo un’ingenua illusione.

La coerenza viene punita, i valori vengono infangati in un’unica melma massificata. Non c’è spazio per le parole vere, ciò che si può dire è solo quello che è già stato detto. Nulla di nuovo.

Regna un clima di accondiscendenza e rassegnazione. Tutto è taciuto, tutto è uniformato.

E poi regna la paura.

La paura di scrivere qualcosa di più. La paura di morire martiri della verità, come altri.

L’indignazione non emerge. È il terrore a prendere il sopravvento. Chiude la gola e il cervello. Nessun pensiero personale, nessuna voglia di parlare. La mano preferisce accarezzare la causa sbagliata, invece di scrivere parole taglienti che squarcino candidamente l’epicentro dell’ingiustizia.

Arrendevolezza. Nessuna determinazione, nessuna insistenza.

Spuntano milioni di giornalisti impiegati e vengono sotterrati i giornalisti giornalisti.

Questa non è la favola, è la vita. Anzi, la morte.

 

Giancarlo Siani

23 settembre 1985

 

politica estera
9 giugno 2010
Tutti nascono liberi ed eguali, poi crescendo si perdono i diritti.

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.” Sessantuno anni fa le Nazioni Unite decisero di cominciare con questa verità la stipulazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sperando, all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, che una tale tragedia non avvenisse più.

Peccato che spesso questi diritti non vengano rispettati. A cominciare dal primo: tutti nascono liberi ed uguali, ma crescendo si perde lentamente la parità. Dipende dal luogo di nascita, dal colore della pelle, dalle ricchezze possedute, dallo stato di salute.

“Ogni individuo ha diritto alla vita”, ma c’è chi per legge o per ideali può privartene.

“La tratta degli schiavi sarà proibita” e milioni di persone illuse da losche organizzazioni ogni anno emigrano verso nuove terre dove saranno sottopagate, sfruttate e sopravvivranno in pessime condizioni. La nuova schiavitù prende il nome di clandestinità.

“Nessun individuo”, fatta eccezione dei nemici di guerra, dei presunti terroristi e delle donne adultere nei paesi arabi, “ potrà essere sottoposto a tortura”.

“Ogni individuo ha la libertà di movimento e di residenza entro i confini dello Stato”, tranne chi vuole infettare le acque padane con le terre meridionali.

“Ogni individuo ha diritto in altri paesi dell’asilo dalle persecuzioni”. Ma cosa sarà mai se nel loro paese di origine esistono diversi gruppi armati rivoluzionari che non esitano ad usare le armi per far valere le proprie ragioni?! Mica si può chiamare persecuzione questa, giusto?

“Ogni individuo ha la libertà di pensiero, di coscienza e di religione”, però se la pensiamo tutti allo stesso modo è meglio, in caso contrario si può censurare, si può impedire la costruzione di luoghi di culto diversi da quello della maggioranza e si può imporre una morale mediante l’utilizzo del mezzo legislativo.

“Le elezioni devono essere effettuate secondo una procedura di libera votazione”, se poi a qualche Afghano vengono mozzate le dita è solo perché era libero di scegliere e ha sbagliato la scelta.

“Ogni individuo ha diritto al lavoro”, uno precario a progetto, a tempo determinato, a chiamata, interinale e ad un tirocinio.

“La maternità ha diritto all’assistenza”, infatti ha così bisogno di riposo che una donna incinta fatica a mantenere il posto di lavoro e si preferisce mandarla a casa e licenziarla di modo che abbia più tempo a disposizione da dedicare alla sua salute e a quella del bambino.

“Ogni individuo ha diritto all’istruzione”. Alcuni bambini, infatti, devono essere ben istruiti nel saper maneggiare armi o devono essere ben ammaestrati nello spacciare droga, se non possono andare a scuola, perché non insegnare loro direttamente un mestiere che potrà essere loro utile nella vita?

Ogni articolo della Dichiarazione viene violato in almeno una parte del mondo ogni giorno, a scapito sempre dei più deboli che da tale atto dovrebbero essere protetti e tutelati.

La seconda frase del primo articolo, forse, prevedeva già questa disparità nell’osservanza dei diritti a seconda delle nazioni. Gli esseri umani “sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” Proviamoci.

 

DIARI
3 aprile 2010
Oggi mi sento autobiografica, squarci di vita scritti e dimenticati in una cartella di Windows...

Giusto perché oggi mi sento autobiografica (come direbbe Susanita l’amica di Mafalda), vi angoscerò un po’ con qualche storiella capitatami ultimamente.

Come sabato sera, per esempio, quando ad un certo punto mi arriva un messaggio di un mio vecchio conoscente, il quale mi chiede se sono a Friuli Doc. Senza soldi come al solito faccio uno squillo. Mi richiama e dopo tre ore di lagna perché sono la solita barbona sempre al verde (intanto pagava la telefonata e si lagnava anche di quello) mi chiede dove sono. Qualche indicazione approssimativa, il nome di un bar e dopo poco me lo trovo davanti. Lo saluto, gli do la buona nuova (ho appena deciso di sposarmi, no non sono ubriaca) e dopo qualche convenevole (oddio stavo per scrivere preliminare) gli chiedo se ha la ragazza. Lui si guarda vicino e fa si è lei. Presupposto che non l’avevo neanche notata, cerco di tramutare la mia risata in un sorriso gioioso. Piacere. Non può essere quella con cui stava tempo fa, c’era scritto un altro nome sul casco. Sii sorridente. Non fare facce. Diciamo che diplomaticamente il mio primo pensiero si può tradurre in: “Che visino dolce!”. Tradotto: “Che faccia da babbea!”. Che straridere!

Sempre sabato sera ho ricevuto ben tre proposte di matrimonio. Diciamo che ne ho accettata solo una, che ha provocato esilaranti brindisi all’urlo di viva gli sposi. Naturalmente come sempre alle parole sposi, matrimonio, fedeltà, amore e per sempre mi veniva tanto da starnutire, peccato che le analisi non possano confermare questa mia allergia. In ogni caso ho pensato che la mia superficialità nei confronti dei ragazzi che si presentano come spasimanti e non come amici deriva dalla mia filofobia (paura d’amare). In altre parole siccome non cerco il mio principe azzurro eterno, mi fermo molto all’esteriorità, alla bellezza, ai difetti fisici e non riesco a superare certe imperfezioni che per me sono troppo evidenti. Come dice un mio amico mi serve il classico belloccio. Stile Jhonny Depp, magari, aggiungerei io!

Infine ho superato in parte la mia avversione all’amore. Infatti ho capito con chi voglio passare il resto della mia vita. Penso che lo dirò presto a chi è interessato. Cioè più che dirglielo, lo sussurrerò, prendendo esempio dal mio grande ed unico mito. In ogni modo vi racconto del primo incontro. Banalissima giornata di palle girate causa stage, banalissimo centro commerciale vicino casa raggiunto solo per fare spesa dei beni alimentari. Niente di nuovo, niente di bello. Ma quando le porte si aprono ed entro all’interno del centro commerciale, capisco che è quello con cui voglio passare il resto dei miei giorni. Una persona così bella, con la pelle color dell’ebano, anzi carbone, senza alcun brufolo, occhi così luminosi, lineamenti fini ed eleganti ma decisi e a tratti aggressivi, una figura snella, sedere perfetto, statura adatta a me. Così, così, così… Indescrivibile. Vado vicino continuando a guardare. Mi avvicino sempre più e mossa da una spinta istintiva do una carezza, al tatto una meraviglia. L’unica persona a cui potrei mai essere fedele, sempre, qualunque altra prospettiva mi riservi la vita, sempre unicamente innamorata di Lei, così stupenda, la mia Ducati 1198s.

 

CULTURA
3 aprile 2010
La nausea. Io e Sartre.

Pronta a scrivere dopo una lunga assenza.

Tante cose sono cambiate, ma in realtà tutto è rimasto com’era. Una visione da gattopardo, eppure è la verità. Io sono sempre la stessa, le persone che mi circondano sono quasi tutte le stesse, il posto è sempre il medesimo. Tutto e niente si modifica nel corso di una vita.

Eppure le sensazioni sono diverse, mi sento diversa. Dieci giorni fa ero esattamente come il protagonista de “La nausea”: solitaria, malinconica, triste e dubbiosa. Mi piaceva leggere quel romanzo, capivo perfettamente di cosa parlava e mi sentivo solidale a quel povero uomo che di punto in bianco sente che tutto è cambiato tranne lui stesso. Uguali, esattamente empatici.

Adesso non riesco più ad andare avanti nella lettura. È li sul comodino che mi guarda ogni sera, il mio caro compagno di tristezza, ma non ci incontriamo più volentieri. Ho bisogno di altro.

 

SOCIETA'
3 aprile 2010
Da grande vorrei fare Dio!

Apro un foglio di word. Ritorno a scrivere pubblicamente perché mi piace essere letta. Ricomincerò a scrivere anche sul giornale, finalmente. Mi mancava un sacco la tastiera con i suoi tasti da schiacciare e vedere le lettere comparire come per magia stampate su questo foglio virtuale. È vero, un po’ avevo annullato la mia personalità, mi ero ridotta a scuola e fidanzato. Se avessi avuto la capacità di guardarmi dall’esterno mi sarei fatta pena probabilmente, eppure adesso che tutto è ritornato come prima l’impatto è stato duro, mi ha travolta e mi ha atterrata. Lentamente come al solito mi sono rialzata, ancora più cinica e scettica di prima. Dove c’è una cicatrice si diventa insensibili.

Seguo la scia dei miei pensieri, quando sono giù di morale scrivo meglio. Guardo gli altri e cerco di capire cosa possano pensare. Il mio desiderio più grande è l’onniscienza. Deve essere fenomenale. Da grande vorrei fare Dio. Se è vero che egli esista e che veda e sappia tutto, naturalmente. Si, non mi dispiacerebbe come ruolo. Sarei un bravo Dio, giusto e diplomatico. Mi divertirei un sacco e mi sveglierei contenta la mattina non vedendo l’ora di andare a lavorare. Mi siederei sulla mia poltrona e inizierei a guardare in basso, verso la Terra, entrerei nelle case e nelle menti di tutti, ma non interverrei, starei solamente li ad osservare, a ponderare, a divertirmi assistendo al grande film che è la vita, degli altri si intende. Ovviamente se fossi Dio, non avrei più una vita mia. Ci avete mai pensato? Dio vive di vita riflessa. Si impiccia dei fatti di chiunque, perché egli di fatti propri non ne ha. Forse è per questo che si vendica rovinando l’esistenza degli esseri umani, permettendo la diffusione di sempre nuove malattie, facendo nascere con delle mutilazioni naturali dei bambini innocenti. Si, probabilmente è invidioso di ciò di cui gli si attribuisce la creazione. Queste congetture hanno il loro fascino, ma più probabilmente nessun’altro a parte noi stessi conosce perfettamente i propri pensieri e non c’è nessuna interferenza di campo da qualche forza extraterrena che riesce contemporaneamente ad essere presente nella mente di miliardi di abitanti del Mondo. Alletta l’idea di poter conoscere le riflessioni altrui, sapere la reazione di una data persona in una data circostanza, essere consci delle emozioni e dei sentimenti provati da qualcun altro e vedere se corrispondono ai propri. Già, alletta così tanto che bisognava inventare qualcuno che avesse questo potere e gli antenati sono stati così furbi da attribuirlo a Dio, ma scusate, toc toc, c’è nessuno??? Non potevate pensare di evitare di inventare il buon costume e le buone maniere, così ognuno diceva quello che pensava, la sincerità dominava e tutti gli esseri umani erano onniscienti? Ah timorati di Dio!!!

 

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